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La forza della piazza

Non sfugge che le oceaniche manifestazioni di quest’ultimo mese che hanno riguardato la questione palestinese abbiano sollevato un problema politico evidente: la mancanza di rappresentanza politica. E’ sempre più evidente lo scollamento tra chi scende in piazza a manifestare e chi dovrebbe tradurre queste istanze negli organi decisionali.

Perché sono state proprio queste oceaniche manifestazioni ad avere imposto sull’agenda nazionale il tema del genocidio del popolo palestinese, non i nostri rappresentanti, che anzi all’inizio (tutti, indistintamente), giustificavano la reazione del governo di Netanyahu. E fino a prova contraria sono state le prime manifestazioni che qualche problema al governo Meloni lo hanno creato, per la loro imponenza e la loro radicalità. E hanno costretto anche l’opposizione a prendere posizioni più “radicali” contro Netanyahu e il suo governo.

Per carità, è la dimostrazione dell’ovvio. E’ con il conflitto che si ottengono le cose, ce lo dice la storia. Ma è anche l’evidenza di quanto la politica sia indietro (o forse opposta) rispetto ai propri “rappresentati”, e questo è quantomeno preoccupante. Ce lo dicono non solo le urne vuote ma anche le piazze e le strade piene.

Esiste dunque un popolo poco o per nulla rappresentato che è pronto però a scendere in piazza e a fare rumore per degli ideali. Ed è probabilmente una maggioranza poco silenziosa ma anche poco rappresentata, se è vero che l’astensionismo almeno a livello locale ha superato il 50%.

E probabilmente non esisteranno formule elettorali, “campi larghi” o più stretti, che porteranno più gente a votare, questo ci dicono anche i risultati elettorali di Marche e Calabria.

Dovrebbe esistere la radicalità della proposta più che l’alchimia di formule elettorali. Questa sarebbe una vera risposta alle piazze strapiene di quest’ultimo mese.

Va detto infine che queste piazze rappresentano però l’unico e forse l’ultimo baluardo di democrazia in questo paese. La dimostrazione che in questo momento storico dal basso c’è il motore del cambiamento e del progresso, mentre dall’alto prosegue la “rivoluzione” conservatrice.

Prova che non è impossibile cambiare lo stato delle cose, dal basso e facendo rumore. E’ un passaggio importante e non scontato in questo momento storico in cui ci hanno abituato a pensare che saremmo tutti frammentati e travolti dall’individualismo.

Anche psicologicamente dunque queste piazze ci dicono che cambiare si può. Oltre il pessimismo della ragione, per l’ottimismo della volontà.